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Tutto in 280 secondi di locura

Questa storia potrebbe iniziare anche così: un uomo sconosciuto entra in campo, armato, durante il Clasico Brasile-Argentina: tra l’altro il primo incontro dopo la finale del siglo che ha portato l’Argentina di Leo Messi ad alzare la Copa Sudamericana in faccia al Brasile, a casa loro. La partita con “tutti gli occhi del mondo addosso” per citare lo stesso Leo Messi mentre mediava con l’uomo sconosciuto ed armato.

Questo è quello che è successo: dopo solo 5 minuti dall’inizio della partita Marcos Acuña e Nicolás Otamendi ignorano il richiamo dell’arbitro e corrono verso la loro panchina. Un uomo in maglietta blu, con un plico di fascicoli nella tasca posteriore, è entrato in campo. Facendo della facile dietrologia, mentre scrivo, sembra di vedere in questa immagine la maschera di un Brasile che, in un modo o nell’altro, vuole consumare la sua vendetta contro i rivali di sempre.

 

Lo Sceriffo Nicolas

Nicolas Otamendi ha due soprannomi ed entrambi se li è guadagnati sul campo con i suoi atteggiamenti da duro “El General” per via della sua irruenza nel gioco, il “Mohicano” piuttosto per la sua barba che gli conferisce quell’area da bullizzatore di avversari…
L’uomo in maglia blu è ora davanti ad Otamendi che insieme a Marcos Acuña cerca di cacciarlo fuori dal campo. Otamendi non conosce un linguaggio diverso ed allora alla sua maniera allunga la mano e la appoggia sulla spalla dell’intruso. Il suo cervello dà l’ordine. Il bicipite e il tricipite sono in tensione aumentando la pressione sul braccio dell’uomo con la maglietta blu. Lo spinge. L’uomo risponde allungando la mano.

Otamendi non lo sa, ma il tipo è armato. Sulla sua camicia sono disegnate tre linee spiegazzate, che portano tutte al ferro che indossa tra i jeans e il corpo.

qui Otamendi quando riceve ordini dal suo cervello con l’uomo con la maglia blu

L’Antefatto: quando un uomo in giacca e cravatta entra in un campo di calcio qualcosa si rompe

È sabato sera e mancano meno di 24 ore alla classica tra Brasile e Argentina. C’è un incontro tra referenti dell’AFA, della CBF (Confederazione calcistica brasiliana) e dell’ANVISA (Agenzia nazionale di sorveglianza sanitaria). Quelli dell’agenzia governativa vogliono conoscere la situazione dei giocatori argentini che giocano in Inghilterra.

L’albergo dove alloggia la squadra argentina è circondato da poliziotti brasiliani. La voce inizia a diffondersi. La CBF cerca di far giocare la partita. Sanno di essere sotto i protocolli della CONMEBOL e che la FIFA non tollera l’ingerenza degli stati nelle loro competizioni.
All’interno della delegazione argentina intuiscono che sta succedendo qualcosa di strano ed i dirigenti dell’AFA si rivolgono ai colleghi della CONMEBOL. La più alta entità sudamericana vuole che si giochi. Se i quattro calciatori verranno fermati, i punti andranno all’Argentina. I calciatori anticipano un messaggio chiaro: o tutti o nessuno.

Nonostante le voci, la squadra argentina lascia l’hotel per dirigersi verso dove si sarebbe giocata la partita. Se le autorità brasiliane avessero voluto impedire il movimento degli arrivi dal Regno Unito, avrebbero potuto farlo prima. L’albiceleste sembra avere il coltello dalla parte del manico: se non li fanno scendere in campo, i punti saranno argentini.

Arrivano. Fanno il riscaldamento. Tornano negli spogliatoi. Ritornano per l’ultima volta nel tunnel e scendono in campo dove cantano l’inno.

Il gioco inizia e Romero esce per pulire l’aria ma si scontra con Eder Militao. Di María afferra la palla e va in porta. L’arbitro però sanziona il fallo intenzionale di Romero. Neymar prova a far valere le sue ragioni dopo lo scontro di gioco ma viene spinto via come è giusto che sia. Sembra accendersi una rissa o qualcosa che può andare in quella direzione ed oggettivamente è quello che ci si aspetta di vedere da un confronto tra Brasile ed Argentina.

Inizia lo spettacolo con l’arbitro che si mette tra i calciatori che continuano ad insultarsi.

Ma Leandro Paredes, a cui queste sceneggiature piacciono e non si tira mai indietro quando c’è da tirare fuori la garra, si allontana ed è il segnale: quando l’uomo in maglia blu entra in campo, il gioco era già fermo. Sulla panchina della nazionale argentina c’era una folla di uomini in giacca e cravatta, ed ogni volta che gli uomini in giacca e cravatta entrano in un campo da calcio allora qualcosa si rompe.

L’uomo con la maglia blu da questo momento non si è più visto. E’ Lionel Scaloni che si mette tra Acuña e Otamendi e lo tira fuori prima di richiamare i suoi con un secco “Vamos”. Prima che passassero altri dieci minuti di vergogna la squadra argentina era già nel tunnel diretta negli spogliatoi.

Messi in pectore e Dani Alves dal nulla

Un solo calciatore argentino è tornato in campo. Per giunta senza maglia, con una pettorina da fotografo di grigio scuro.

Insomma in giro ci sono Tite, Scaloni, Neymar e un ragazzo con un pettorale che dice Fotografo. Il ragazzo è Messi. Ha ancora i pantaloni con cui ha giocato per cinque minuti, ma in più ha una pettorina. Litigano. Tite sembra voler convincere gli argentini. Appare Juninho Paulista, il manager della squadra brasiliana. Discute con Messi. Lionel sembra avere due modi di vivere: tranquillo o distaccato. Ed anche in questo contesto non li cambia.

Scaloni si fa carico del discorso, anche se c’è poco da dire: O giocano tutti o nessuno. Neymar fa una battura e ride da solo mentre Messi torna nel tunnel dove succede qualcosa che è talmente fuori contesto che può essere una cosa successa solo in sudamerica: Messi incontra una vecchia conoscenza. L’unico calciatore brasiliano che non è in campo è Daniel Alves da Silva o semplicemente Dani Alves.

Chiacchierano come se fossero da qualche altra parte, come se quello che è appena successo fosse distante da loro. D’altronde per Alves la capacità di ritirarsi da tutta la scena è direttamente proporzionale al suo talento con la palla.
Passano i minuti e si uniscono a loro Leandro Paredes, Rodrigo De Paul, Nicolás Otamendi e Paulo Dybala. Parlano come vecchi amici al bar e qualcuno ride ed indica Messi e sorridendo sembra dirgli: “Che ci fai con quella pettorina da fotografo, stronzo?”

Lionel rimane quasi nudo. Gli portano la maglia da allenamento e quella che ha indossato per cinque minuti. Come in un qualsiasi post partita amichevole porge la 10 a Dani Alves. Il brasiliano si allontana dal suo ex compagno indossando la maglia dell’Argentina a tracolla.

280 secondi

Brasile e Argentina non hanno mai calciato in porta. Hanno fatto solo falli in quei 280 secondi. Di contro tutto ciò che è successo si è attirato addosso tutti i flash e le telecamere del mondo. E chissà se restano ancora 85 minuti da giocare, visto che in Sud America si vive in quel realismo magico che è la CONMEBOL.

Quasi due mesi di attesa per vedere la rivincita della finale di Copa América. Il petto gonfio e la possibilità per l’Argentina di vincere in Brasile per la prima volta nella storia dei gironi di qualificazione ad un mondiale. Insomma ciò che poteva essere tutto è diventato niente.

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