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Bert Trautmann: il portiere nazista che si è fatto amare dagli Inglesi

“C’è un paio di scarpette rosse numero 24 quasi nuove: sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica: “Schulze Monaco” . Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi insieme a ciocche nere. Servivano a far coperte per i soldati. Non si sprecava nulla. “ (cit. Joyce Lussu)

Dachau, Germania – Aprile 1999

Nel 1999 ero da poco maggiorenne e frequentavo l’ultimo anno di Scuola Superiore. La mia classe quell’anno partecipa ad un progetto che ha l’obiettivo di realizzare materiale didattico sui temi della Shoah dal titolo “per non dimenticare”.

I miei compagni di classe sono stati davvero bravi. Abbiamo (o meglio hanno) infatti vinto un viaggio di istruzione a Monaco di Baviera ed in particolare una visita all’ex Campo di Concentramento di Dachau nel giorno dell’anniversario della sua Liberazione da parte degli alleati avvenuta il 29 Aprile del 1945.

Come ogni viaggio di istruzione di una quinta delle superiori, badiamo a divertirci. La sera prima della visita diamo del tu a tutte le migliori birrerie di Monaco; la mattina sul bus che percorre i forse 40 km che portano a Dachau l’aria è sorniona e combattiamo il sonno post sbornia, ignari di quanto le prossime ore ci cambieranno probabilmente per sempre la visione del Mondo e della nostra stessa esistenza.

Dachau è stato il primo Campo di Concentramento creato dai nazisti: fu il luogo dove per primo si sperimentarono gli effetti di chissà che cosa sull’organismo umano, ci furono uccisioni di massa e qui fu coniata, su un piccolo cancello, la scritta Arbeit Macht Frei che sarà esportata  diventando tristemente nota ad Auschwitz.

Tutto quello che prima era soltanto una pagina di un libro di storia da studiare, o un argomento su cui arrivare preparati all’interrogazione del giorno dopo – perciò così distaccatamente ingerita – da quel 29 Aprile del 1999 ha un tutt’altro significato. Ricordo gli uomini che quel giorno tornavano per la prima volta in quel luogo dopo 55 anni.  Sopravvissuti al lager nazista giravano nervosi ed increduli negli stessi spazi dai quali pensavano di non uscire vivi.
Uno di loro, con un numero tatuato sul polso, quel giorno mi racconta la sua storia e mi rendo conto di come la memoria collettiva di ciò che è avvenuto è destinata a perdersi quando l’ultimo sopravvissuto non ci sarà più a tramandarla, purtroppo.

L’altro modo di vedere il Mondo

La Croce di Ferro era il più alto riconoscimento che ogni soldato tedesco sognava di ricevere per il coraggio dimostrato in combattimento. Questa storia comincia infatti con una forte e reale attrazione di un diciassettenne di Brema verso gli ideali del Partito Nazista. Se sei nato in Germania agli inizi degli anni venti del secolo scorso non hai alternative se non crescere e dunque credere nei principi di quel contesto sociale che ti avvolge e ti inculca quella visione del mondo.

Bert Trautmann (così si chiama il ragazzo) decide perciò di arruolarsi nell’esercito quando era appena adolescente, per andare a combattere (anche) contro gli Inglesi, lo stesso popolo che anni dopo, lo avrebbe invece imparato ad amare malgrado quell’infame passato nelle SS tedesche.

Una volta arruolatosi venne destinato al fronte Orientale della guerra, quello che guardava all’Unione Sovietica, dove sopravvive miracolosamente insieme ad altri 100 mentre l’intera sua compagnia fu sterminata dall’esercito nemico. Per questa sua resistenza gli riesce di meritare l’ambita Croce di Ferro nonché una nuova missione in territorio francese. Qui, durante un bombardamento, rimane imprigionato nel crollo di un edificio e diventa preda degli Americani prima e degli Inglesi dopo con questi ultimi che lo fanno prigioniero di guerra.

Viene portato e rinchiuso nel campo di Ashton, nel Lancashire, esattamente tra Liverpool e Manchester dove c’era un generale scozzese pazzo per il calcio che formò una squadra tra i prigionieri e lui giocava fisso in porta.

Ad Ashton trascorre tre anni come prigioniero e nel momento della sua liberazione nel 1948, si accorge che il suo modo di vedere il mondo è cambiato e rifiuta un’offerta di rimpatrio decidendo di rimanere in Inghilterra:Non ero stato con nessuna donna fino all’età di 23 anni, era un fattore determinante per rimanere in Inghilterra“…ha così motivato scherzosamente Trautmann la sua decisione, lui che ha trovato poi in Gran Bretagna l’amore della sua vita.

Un Nazista tra i Pali

Da uomo libero ottiene un lavoro da contadino senza compenso in una fattoria della zona e trascorre il tempo libero a disattivare esplosivi bellici nella regione di Huyton, oltre che giocare a Calcio nella locale squadra del St. Helens Town che disputava l’onesto campionato provinciale.

E’ un ottimo portiere Trautmann e la voce di un atleta forte e coraggioso nell’interpretazione del ruolo non fa fatica a percorrere i pochi chilometri che lo separano dalla città di Manchester.
Qui, sponda City, devono sostituire lo storico portiere del club Frank Swift e pensano di aver individuato nel tedesco un degno erede.

Quando la notizia diventa di dominio pubblico, gli inglesi hanno la ferita della guerra ancora aperta e gridano allo scandalo. Sale la rabbia popolare per l’eventuale ingaggio di un tedesco ex soldato e prigioniero di guerra. Segue un’ondata di proteste per impedire la sua firma ed anche gli abbonati del City minacciano di boicottare il club se un nazista dovesse vestire quella maglia.
Quando sono arrivato in città c’erano 40.000 persone scese in piazza con striscioni ed a protestare contro la presenza di un tedesco nel club'”, ha ricordato Trautmann, senza ignorare la grande comunità ebraica che viveva a Manchester: “C’era un Rabbino, Altmann, che mi ha aiutato molto stemperando la pressione dei mass media dicendo che non si può incolpare una persona per quello che è successo nella guerra “.

L’Epica Finale dell’FA Cup del ‘56

Trautmann ha giocato per 15 anni nel Manchester City (dal 1949 al 1964) facendosi amare con il tempo dai suoi tifosi per le sue doti sportive ed umane da vero gentiluomo. Qui ottenne un solo ma storico titolo che gli valse l’etichetta di eroe nel 1956. Nella finale della FA Cup contro il Birmingham vinta per 3-1 giocò l’ultimo quarto d’ora con una vertebra del collo spezzata a causa di uno scontro di gioco e decise di rimanere in campo anche dopo aver perso conoscenza. Ci vollero 7 mesi di stop per rivederlo nuovamente a difesa dei pali!

Lo scontro di gioco che nella finale del ’56 gli poteva costare la vita.

Gli inglesi tutti lo hanno omaggiato ed ha fatto in tempo a vedersi inserito nel 2005 nella Hall of Fame del Calcio Britannico.

Anni fa, poco prima di morire nel 2013, ha dichiarato quanta fatica facesse a guardarsi indietro e trovare nel suo passato quella parentesi da soldato nazista e di come quella cicatrice lo avrebbe accompagnato fino al giorno della sua morte. Vero è che la battaglia dell’uomo non ha colore, a è una lotta per la sopravvivenza “Quando attacchi o difendi lì con il fucile, con la mitragliatrice o qualsiasi altra cosa, vedi solo ombre sull’orizzonte, figure che corrono e ti difendi, perché se non lo fai ti sparano e ti uccidono “.

Cambio ogni anno squadra di calcio… Puntualmente quella a cui tengo retrocede. Ho visto il primo gol di Miccoli in Serie A, conosciuto la “Veronica” di Zidane e rimasto stregato dal Superclasico di Buenos Aires . Seguo più gli eventi sportivi da divano che quelli mondani da drink in mano.

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