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La Ballata di Passione del Boca contro il Real [Coppa Intercontinentale 2000]

Nel momento esatto in cui la Fifa ha deciso di riconoscere lo status Di Campioni del Mondo per Club alla squadra vincitrice della vecchia Coppa Intercontinentale, questo appuntamento si è letteralmente arricchito di fascino. Una partita secca: il vincitore della Coppa dei Campioni Europea contro il vincitore della Coppa Libertadores Sudamericana. In una parola una sfida tra due diverse culture di intendere il calcio che ci ha accompagnato per tutti gli anni ’80 e ’90.

I due continenti hanno l’appuntamento annuale dove portare il loro marchio di calcio: l’Europa è sempre stata orgogliosa di uno stile di gioco organizzato e strutturato, mentre il Sud America interpreta il gioco con eleganza e sfarzo oltre che con un piano emotivo decisamente superiore. Anzi, le squadre sudamericane si stimolano guardando all’arroganza con cui i club del Vecchio Continente si atteggiano verso i più modesti club dell’America Latina

D’altronde I Charrua erano una popolazione indigena insediata in quella zona del Rio de la Plata che oggi è conosciuta come Uruguay. Furono l’ultima tribù ad arrendersi agli esploratori europei, che fronteggiarono con coraggio e perseveranza fino alla fine. Oggi come allora le squadre Sudamericane si arroccano con la tipica Garra, con cui nel calcio è solito rappresentare la grinta e l’ardore agonistico con cui affrontano le partite e molto spesso arrivano a ribaltare il pronostico.

E’ con queste premesse che il 28 Novembre del 2000 Real Madrid e Boca Juniors arrivano a Tokyo per giocarsi la Finale Intercontinentale.

I blancos erano quelli dei primi Galacticos dove la star indiscussa era Luis Figo. Oltre al portoghese, c’erano giocatori come Guti, Roberto Carlos, Raúl, Fernando Hierro e Makelele. L’allenatore era Vicente Del Bosque e per tutti il Real Madrid era ovviamente la squadra favorita per vincere l’intercontinentale.

Da parte sua, il Boca che parte per il Giappone è in testa nel campionato di Apertura che avrebbe in seguito vinto da imbattuto e bissato con quello di Clausura nella stessa stagione. Era una squadra ben organizzata orchestrata dalla saggia regia di Carlos Bianchi in panchina e dal battito cardiaco di Juan Román Riquelme in campo.
Gli Xeneize arrivarono in Giappone diversi giorni prima della partita e lo fecero nell’unico modo che conoscono: portando passione. Il freddo costume giapponese è affascinato dallo spirito azul y oro completamente diverso dal loro standard. La squadra lo ha capito e fin da subito ha instaurato un ottimo rapporto aprendosi verso gli appassionati locali con allenamenti aperti e foto ed autografi per tutti. Un atteggiamento che gli stessi tifosi xeneise hanno replicato con tutto il calore che solo loro sanno esprimere coinvolgendo gli attoniti e curiosi tifosi giapponesi nel colorito prepartita.

Completamente diverso l’approccio del Real Madrid che scelse invece di isolarsi in allenamenti a porte chiuse evitando anche contatti con il pubblico locale. Cosa non tanto gradita dai giapponesi che chiaramente conoscevano tutti i nomi della rosa del Real ma non riuscivano ad esaudire il loro desiderio di sentirsi, almeno per un appuntamento, parte di quel movimento di galacticos.

Questo diverso atteggiamento divenne un fattore chiave poichè durante la partita il neutrale pubblico locale si schierò tutto a favore del Boca e sembrava di giocare in una Bombonera nel cuore dell’Asia ricreando così lo scenario perfetto per l’inno al sentimento boquense che da lì a poco sarebbe andato in scena.

Semplicità non è un sinonimo di arrendevolezza

Del Bosque era in piena fiducia nei giorni e nelle ore precedenti alla partita. Non aveva dubbi di formazione e nel rooster titolare schierava tutti i suoi campioni con un giovanissimo Iker Casillas in porta, Hierro e Karanka e centrali con il fenomeno Roberto Carlos a sinistra. Makelele a dare polmoni al centrocampo insieme ad Helgera e Figo al fianco di McManaman e Guti erano invece i tre uomini che davano supporto all’unica punta Raul Gonzalez Blanco.  Era però una squadra che stava già peccando di arroganza.

Bianchi non poteva avere tutte le certezze di Del Bosque. Di certo però Bianchi ha una storia personale che racconta di essere uno che gioca per vincere. Già anni prima, quando allenava il Velez, era stato a Tokyo ed aveva vinto un’intercontinentale affossando la presunzione del Milan di Capello, Boban Baresi e Savicevic. Di sicuro Bianchi non aveva paura ed era anche contento di partire senza i favori del pronostico.

Riquelme, Palermo e il portiere Córdoba sono regolarmente al loro posto il giorno della partita quali pilastri della squadra. Certo anche Battaglia era al suo posto (che detiene il record di titoli nella storia del Boca) ma di fatto, quasi tutti, sono un manipolo di giocatori che agli occhi del mondo calcano il campo da perfetti sconosciuti.

Succede tutto nei primi 11 minuti. Dopo 5 minuti dal fischio di inizio quel Loco di Martin Palermo aveva già fatto due gol. Roberto Carlos all’11° trova un tiro alla sua maniera ed accorcia. Ma Bianchi aveva già deciso che quella Coppa avrebbe preso la direzione di Buenos Aires.

Inno al Sentimento Boquense
Per capire l’impresa del Boca bisogna capire cosa significa essere del Boca.

Essere del Boca è una passione che va oltre qualsiasi pensiero razionale. Il cuore va oltre la ragione così come ha fatto la squadra quella notte che, in pieno spirito xeneize, va oltre ogni logica imponendosi sul Real Madrid dei Galacticos.

Quell’impresa era insita nella sua natura di squadra e non deve sorprendere.
Guardare alla storia del Boca Juniors vuol dire ripercorrere la storia di un popolo, di un barrio di Buenos Aires fatto di povera gente e di una squadra di calcio. Un rapporto che lo stadio de la Bombonera ancora oggi rispetta, quasi confondendosi con le case del quartiere come se ne facesse parte a tutti gli effetti.

Il Boca è religione ma anche ossessione: la sua gente vive per la squadra riflettendosi in essa trovandovi gioia e dolore proprio come nella vita di tutti i giorni.

Il calcio qui non è solo un gioco: tifosi e giocatori diventano una cosa sola. Si muovono all’unisono in quei novanta minuti mescolando voce, passione, tattica e muscoli. La Doce è davvero in grado di trascinare la squadra ben oltre i proprio limiti conosciuti. E Bianchi lo sapeva ecco perché è riuscito ad inventare una vittoria tutta sudamericana davanti ad un gigante del calcio europeo.

Se queste sono le premesse, non è un caso che gli uomini simbolo di quella partita siano stati coloro che più di altri incarnano (personalmente) lo spirito xeneize: Bianchi, Riquelme e Martin Palermo sono 3 uomini che prima di diventare idoli del Boca erano già essi stessi vocati al sentimento boquense.

Carlos Bianchi è un uomo che ha vissuto una vita combattendo. Cadendo e rialzandosi senza mai scendere a compromessi ha vissuto una carriera importante in patria e quasi fallimentare in Europa. E non può essere un caso. Proprio a sottolineare come lui stesso abbia bisogno di sentire il cuore pulsante e la passione della gente attorno alla sua squadra. Capace di esaltarsi ed esaltare attraverso un fare semplice e paziente ma con una mentalità vincente da farlo arrivare altissimo nei cuori della gente della Boca.

Juan Roman Riquelme ha passato una carriera intera a giocare per dare gioia ai tifosi del Boca “ Sono Bostero come loro e morirò Bostero come loro” ha detto. D’altronde è lui l’uomo che ha regalato alla sua gente la gioia di 3 coppe Libertadores, 5 titoli nazionali, ed appunto questa coppa intercontinentale risultando anche l’mvp della partita! Va bene le vittorie ma è soprattutto l’amore e la passione che Roman ha manifestato al club ed ai tifosi a portarlo su un piano diverso nella storia del Club di Buenos Aires. Roman è una religione per la curva del Boca. Il suo nome viene sempre esaltato ed accompagnato da emozioni e lacrime e le sue gesta sono miracoli per questa gente. Ancora oggi parlano di lui al presente, come se fosse ancora lì sul campo di gioco a lottare con loro.

Martìn Palermo, prima di essere idolatrato dai tifosi del Boca, era lui ad idolatrare loro. A vedere in quella gente il senso del suo mestiere: gonfiare la rete così tante volte da diventare il più prolifico della storia del club. Il destino ha deciso che il Boca sarebbe stato per lui tutto ciò di cui avesse bisogno per diventare un calciatore ed un uomo migliore. E lui ha giocato con quella maglia identificandosi nei valori e nella passione di chi ha fede nel Boca Juniors.

Sono questi i semplici motivi per cui una notte come quella del 2000 non è irripetibile. Finchè saranno così marcate le differenza tra Europa e Sud America, finchè a Buenos Aires la passione supera qualsiasi logica finchè il cuore vale più di ogni altra cosa e finchè la garra è allo stesso modo fuori e dentro il campo allora ci saranno ancora notti così da festeggiare.

Cambio ogni anno squadra di calcio… Puntualmente quella a cui tengo retrocede. Ho visto il primo gol di Miccoli in Serie A, conosciuto la “Veronica” di Zidane e rimasto stregato dal Superclasico di Buenos Aires . Seguo più gli eventi sportivi da divano che quelli mondani da drink in mano.

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