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Zlatko Dalic: il catto-normalista

“Abbiamo raggiunto il successo come una squadra compatta che non si arrende, che lavora l’uno per l’altro” Z. Dalic – Luglio 2018 –

 

NON ESSERE LA PRIMA SCELTA

Quando nell’ottobre 2017 Zlatko Dalić arriva sulla panchina croata al posto dell’esonerato Čačić, sembra la classica figurina buona solo a traghettare una Nazionale che in quel momento aveva perso il primo posto del girone e relativa qualificazione diretta ai Mondiali di Russia. Nessuno lo considerava l’uomo della svolta ed in quel momento tutti in federazione cercavano invece altrove l’uomo della svolta.

Lui è nato Jugoslavo nel 1966 ed oggi il suo paese natale, Lovni, batte bandiera Bosniaca. Formalmente non è nemmeno croato.
E’ un disguido geo-politico che nell’area dei Balcani non fa più notizia.
Lui stesso non fa mistero di sognare Croazia e Bosnia- Erzegovina unite come popolo in grado di superare le ferite ancora aperte malgrado una guerra finita tanto tempo fa.
La Storia del resto, queste giovani Nazioni se la stanno riscrivendo ed anche lo Sport vuole la sua parte.

Dalic, il normalizzatore, assume il ruolo di CT della Nazionale dopo aver allenato in Croazia, Albania, Arabia Saudita ed infine negli Emirati Arabi.
E’ qui nell’emiro che prova ad uscire dall’anonimato e prende fiducia con l’esperienza all’Al Ain, con cui nel 2016 conquista la finale dell’Asian Champions League.

In precedenza aveva iniziato al sua carriera da allenatore lavorando dal 2006 al 2011 con l’U21 Croata al fianco di Ladic, che oltre ad essere l’anagramma del suo cognome era stato il portiere titolare della Croazia che esordì a Francia ’98.

CONDOTTA EMOZIONALE

E’ il 1 Luglio 2018 quando Rakitic manda in estasi un’intera nazione calciando il rigore decisivo nella sfida contro la Danimarca negli ottavi di finale.
Una partita che i Vetrani giocano male e che ai punti meriterebbero di perdere di fronte alla grande prova di carattere degli scandinavi.

Dalic non può guardare, siede da solo sulla panchina con la testa tra le mani.
Rakitic segna facendo decollare il suo allenatore verso la tribuna dove c’è la sua famiglia: l’istinto lo porta lì dai figli e dalla moglie in una sfrenata effusione di emozioni mostrando per la prima volta al mondo l’uomo che è.
Il vero merito del nuovo tecnico è stato quello di lavorare sulla testa dei suoi uomini.
Ancor prima di arrivare in Russia, non perdeva occasione di ribadire come la sua squadra fosse una Grande Squadra.

Un lavoro costante per aumentare l’autostima di un gruppo che, oggettivamente prima del mondiale russo, vanta una rosa di giocatori dalla tecnica e dal curriculum assolutamente di prima fascia.
Ma se Modric è il calciatore simbolo di questi mondiali croati, mister Dalic è invece l’icona di un popolo che con umiltà è riuscito ad essere per la prima volta grande tra le grandi.
Non è stato semplice riscrivere la geografia dei Balcani e non sarà semplice riposizionare la Croazia nella geografia del calcio mondiale, ma quanto successo a Mosca nel 2018 rimarrà anch’esso nei libri di storia contemporanea.

Ha avuto coraggio Davor Suker, in qualità di presidente della Federazione di Calcio Croata, a credere in lui e non andare contro ad un entusiasmo popolare che nel frattempo Dalic era riuscito a ricreare nelle poche partite giocate prima del Mondiale.

LA MANO IN TASCA

Quando nasce a Lovni nel ’66, la sua famiglia è cattolica praticante.
Fin da bambino è stato educato ai principi della fede e lui stesso ha raccontato di fare il chierichetto la domenica in un monastero francescano vicino casa sua.
L’immagine che abbiamo di lui in Russia lo vede costantemente con una mano in tasca; oltre ad essere credente è anche scaramantico ed osserva tutta una serie di rituali sia prima che durante le partite.
Ha sempre mantenuto un basso profilo ma senza voler per forza essere un debole, anzi: il caso Kalinic, rispedito a casa dopo la prima partita per essersi rifiutato di entrare in campo, faceva già intuire come insieme alla fede anche la sacralità dello spogliatoio e del gruppo per lui andava salvaguardata con ogni mezzo.
Quella mano in tasca è aggrappata con forza ad un amuleto particolare: un Rosario della Madonna benedetto a Medjugorje.

Alla vigilia della finale contro la Francia Zlatko Dalić parlava così:
“La fede mi dà forza, ho sempre un rosario in tasca e prego prima della partita. Rendo grazie a Dio ogni giorno, perché mi ha dato forza e fede, ma anche l’opportunità di fare qualcosa nella mia vita”.
E’ la forma mentis di chi accetta la volontà di Dio nel bene e nel male conscio però di aver fatto la storia moderna del calcio croato.

Cambio ogni anno squadra di calcio… Puntualmente quella a cui tengo retrocede. Ho visto il primo gol di Miccoli in Serie A, conosciuto la “Veronica” di Zidane e rimasto stregato dal Superclasico di Buenos Aires . Seguo più gli eventi sportivi da divano che quelli mondani da drink in mano.

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